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Mental coaching, quanto è importante anche nel paddle?

Allenarsi soltanto nel corpo spesso non basta. E allora da qualche anno è nata la figura del mental coach, professionista in grado di aiutare l’atleta a trovare le risorse mentali e spirituali dentro di sé

Quante volte siamo stati spettatori di racchette scagliate a terra con violenza, mazze da golf lanciate in aria, scivolate a cercare esclusivamente le gambe dell’avversario e non il pallone, momenti di rabbia e frustrazione esplosi così improvvisamente quanto violentemente. Controllare le emozioni, saper gestire la pressione, trovare la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità sono tutti aspetti che, in alcuni sport più di altri, divengono fondamentali per raggiungere i risultati attesi. Lo vediamo per esempio nel tennis, nel calcio, nel nuoto o nella vela.

Oggi si sta imponendo, sempre più, il ruolo del mental coach, ovvero di un professionista in grado, attraverso la parola e alcuni esercizi ad hoc, di aiutare l’atleta nel raggiungere i propri obiettivi, spesso molto ambiziosi e per questo considerati al di là delle proprie capacità, facendo leva su spirito e concentrazione

sciorilli-coach-padel.jpgIn Spagna, dove il professionismo si è affermato da anni anche nel mondo del paddle, molti giocatori si rivolgono a un mental coach che li allena e insegna loro i segreti per vincere le sfide. Prima contro sé stessi, poi contro gli avversari.

Rispetto al tennis, dove nel singolare la pressione psicologica è alle stelle, nel paddle si ha la fortuna – o la sfortuna, dipende dai casi – di avere un compagno a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà. L’affiatamento diventa allora un altro punto su cui lavorare. E questa “innovativa” figura professionale aiuta la coppia a sapersi gestire, a sviluppare un senso di fiducia ed equilibrio, a farsi forza l’un con l’altro. In una parola: a comunicare.

Grazie al coach si imparano alcuni assiomi, spesso scontati ma che non riusciamo a incamerare fino in fondo: non esistono avversari imbattibili (forma fisica e mentale possono aiutare ad avere la meglio); seppur sconfitti, alla fine si può essere soddisfatti della propria prestazione; liberare la mente dalla pressione costante del punteggio è un vantaggio.

14524391_861305894004196_7370833838430598116_o.jpgFervente sostenitore di questa filosofia è Gabriele Bani che all’età di 24 anni ha deciso di abbandonare gli studi per dedicarsi completamente al mental coaching. Per diventare mental coach bisogna seguire dei corsi, specializzandosi poi in una particolare disciplina come ha fatto Bani, esperto di programmazione neurolinguistica. Oggi supporta numerosi atleti e professionisti nel mondo del tennis, del motociclismo e della vela, ottenendo con loro ottimi risultati. Ne è un esempio Giorgia Sottana, giocatrice di basket e vincitrice della Supercoppa italiana.

“Il mio ruolo è quello di supportare sempre la consapevolezza e la responsabilità del giocatore”, ci spiega il 29enne di Ancona. Il suo compito pertanto si esplica nello “studio di piani d’azione concreti per il raggiungimento di determinati obiettivi, imparando anche a spingersi oltre i propri limiti”. Altra faccia della medaglia è la comunicazione, verso sé stessi e verso gli altri. Impossibile descrivere una giornata o un allenamento tipo perché “sono cuciti su misura sulle spalle del giocatore”.

Anche nel paddle, come in altri sport, alcuni aspetti meritano particolari attenzioni. Non ha dubbi il mental coach: “Un padelista deve imparare a gestire i propri stati d’animo, saper preparare mentalmente e fisicamente una partita, curare il gesto tecnico nel momento difficile, alimentare un dialogo interiore costruttivo”. In più, proprio perché nel padel si gioca in coppia, ciascuno deve “saper comunicare, credere nell’altro e nelle sue potenzialità, condividere una strategia comune, saper interagire con l’altro”.

11872297_496309323870531_889936838881377887_o.jpgTra l’allenatore e il giocatore nasce allora un rapporto di stima e fiducia, desiderosi entrambi di perseguire una finalità. “Io – ci racconta Gabriele – lo aiuto nella gestione delle risorse mentali; di contro l’atleta mi deve dare dei feedback per capire come migliorare in caso il mio lavoro”. E chiosa: “Fra i due si viene allora a creare un legame davvero speciale”.

La coerenza poi, è una dote e un requisito necessari per il mental coach. “Per me è importante questo aspetto: un bravo mental coach deve essere coerente sia nella teoria sia nella pratica”, va giù duro Bani.

immagini.quotidiano.net.jpgDi esempi positivi sul mental coaching se ne possono fare tantissimi, fra tutti il periodo nero di Federica Pellegrini come ci ricorda Gabriele Bani. “Ci sono stati momenti bui per la campionessa di nuoto: non riusciva più a entrare in acqua. Soltanto grazie a un duro lavoro con il mental coach è riuscita a ritrovare lo smalto perduto”.

“Oggi la percezione di questa figura all’esterno sta cambiando anche in Italia: si è capito il valore aggiunto, quanto il suo lavoro sia importante, i giocatori si affidano sempre più a persone in grado di lavorare sull’atteggiamento in campo o in gara, sullo spirito e sull’energia incamerata”.

L’esercizio più pratico è la “visualizzazione”. “E’ uno strumento – chiarisce Gabriele Bani – utilizzato per prevedere quello che accadrà, per migliorare il gesto tecnico. Chiudendo gli occhi in allenamento, prima di eseguire il colpo, immaginate di vedere voi stessi nell’esecuzione di quel movimento al rallenty e poi eseguirlo”. Ci siete riusciti?

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